3 DISCHI MALINCONICI DA NON PERDERE

La musica, in quanto linguaggio universale, è in grado di rappresentare universalmente anche tutte le emozioni umane: allegria, rabbia, calma o tristezza.

Come tutti i musicofili sanno, la malinconia e, talvolta, la disperazione sono dei mood che si possono trovare in tanti generi musicali e che riscuotono grande successo tra gli appassionati.

Ma perché si ascolta musica triste? La risposta a questa domanda non è certo univoca ma una cosa è sicura: molti album che hanno fatto la storia trasmettono tutto fuorché felicità e ottimismo.

Dal momento che a Novegro Vinile Expo potrai trovare anche dischi al sapore di “male di vivere”, ti proponiamo 3 incredibili album malinconici da scoprire o riscoprire.

Low – I Could Live In Hope (1994)

Credits: reddit.com

Oltre ad essere un monumento della musica triste, “I Could Live In Hope” dei Low è senza dubbio pure il maggior rappresentante del genere musicale slowcore.

Lo slowcore, così come suggerisce il nome, è un sottogenere dell’indie rock caratterizzato da pezzi lenti, minimalisti e molto malinconici. Il suo periodo d’oro è stato quello degli anni ’90, con la comparsa di band come, appunto, i Low, i Red House Painters, i Bedhead e molti altri gruppi.

Alcuni critici musicali, in questo frangente, hanno interpretato lo slowcore come un movimento di opposizione alla pletora di band grunge aggressive che stavano nascendo in quel periodo.

Con le sue 11 tracce e i suoi 57 minuti di musica, “I Could Live In Hope” porta l’ascoltatore in un mondo delicato ma dominato da una costante situazione di inquietudine. Le percussioni ridotte al minimo, le rilassanti (ma ben poco felici) melodie della chitarra e le due voci (una maschile e una femminile) quasi sussurrate sembrano esprimere rassegnazione alla sofferenza. Lo stesso discorso vale per i testi: costruiti con pochi versi ripetuti più volte e che offrono una visione cupa dell’esistenza.

Ti è piaciuto questo disco dei Low e ne vuoi ascoltare altri simili? “Down Colorful Hill” (1992) dei Red House Painters potrebbe fare al caso tuo.

Katatonia – Brave Murder Day (1996)

Credits: discogs.com

Stare male, disperarsi e, nonostante il dolore che si prova, non riuscire ad uscire dal proprio ciclo autodistruttivo.

Ecco le sensazioni che si provano, ovviamente in senso figurato, quando si ascolta “Brave Murder Day“, il secondo album della celebre band svedese Katatonia. Il disco, entrato nell’olimpo della “sad music” anche grazie all’eloquente passerotto morto rappresentato sulla sua copertina, è composto da sole sei tracce per un totale di circa 40 minuti di musica.

Le sue sonorità seguono tutti i canoni del death/doom metal classico ma con un forte gusto per la melodia. Sin dai primi secondi di ascolto della prima canzone “Brave” si viene accolti da un riff di chitarra possente ed estremamente triste, spezzato costantemente dal sofferente cantato in growl di Mikael Åkerfeldt (preso “in prestito” dagli Opeth solo per questo album). In tutti i pezzi emerge il sound, difficile da descrivere a parole, che sarebbe poi diventato il marchio di fabbrica dei Katatonia nelle pubblicazioni successive. Il tutto con testi profondamente esistenzialisti e pessimisti.

La terza traccia “Day” è l’unica ad essere cantata dal frontman “regolare” Jonas Renkse e, nonostante la sua fedeltà al mood di malinconia del disco, si differenzia dalle altre canzoni per l’uso delle chitarre acustiche e per il cantato pulito.

Ti piace la musica triste ma il death/doom metal non fa per te? Nessun problema: i Katatonia, pur mantenendo la loro identità di base, hanno cambiato più volte il loro genere di riferimento: gli album successivi sono anch’essi un “inno alla depressione” ma toccano generi più accessibili come il gothic metal e l’alternative rock.

William Basinski – The Disintegration Loops (2002-2003)

Credits: discogs.com

Una premessa: questa opera non è per tutti. Nonostante l’immediatezza delle sue melodie, infatti, la sua lunghezza e il suo concept lo rendono difficilmente digeribile da chi è poco avvezzo alle sperimentazioni musicali.

In primo luogo, “The Disintegration Loops” è un progetto concepito in una serie di 4 album per una durata totale di 296 minuti! Ogni disco contiene al suo interno due o tre tracce, che talvolta durano anche 50 o 60 minuti l’una. La musica è costituita da vari loop minimali di genere ambient/drone con una peculiare storia dietro la loro realizzazione.

William Basinski, grande rappresentante americano della musica avant-garde, voleva convertire delle sue vecchie registrazioni su cassetta del 1982 in formato digitale. Durante il processo di conversione, tuttavia, si rese conto che i nastri si erano deteriorati. Ciononostante, decise di mettere in loop questi nastri e di registrarli in digitale per ascoltare il loro progressivo decadimento (con una qualità audio sempre meno pulita e più disturbata). Le registrazioni del primo album della serie terminarono l’11 settembre 2001, coincidendo quindi con l’attacco terroristico alle Torri Gemelle. Visto che le recording sessions si stavano svolgendo a Brooklyn, Basinski riprese con la sua videocamera la coltre di fumo intorno alla zona dell’esplosione utilizzando i momenti salienti del filmato come copertine dei quattro dischi di “The Disintegration Loops”. L’opera venne dedicata dall’artista alle vittime dell’attacco, visto che vedeva una sorta di parallelismo tra la “morte sonora” dei suoi nastri e la caduta delle Twin Towers.

Un’analisi track by track dei pezzi dei 4 dischi non avrebbe senso ma è possibile utilizzare la prima traccia del primo disco come esempio: per oltre un’ora viene ripetuto continuamente un loop sonoro di una debole fanfara (suonata tramite un corno), che diventa man mano sempre più distorta e meno udibile.

L’atmosfera creata da “The Disintegration Loops” è veramente ineguagliabile ed è estremamente triste poiché, metaforicamente, ricorda all’ascoltatore la caducità dell’esistenza, che si consuma di secondo in secondo.

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