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LE FIERE AL TEMPO DEL COVID-19

Tra le varie problematiche emerse nel corso di questa pandemia quelle relative al settore fieristico assumono un valore particolarmente emblematico dell’ordinamento economico e sociale del nostro Paese.

Essenzialmente per due motivi. Il primo per la sufficienza con cui il governo ha trattato questo comparto e il secondo perché gli scarsi provvedimenti che lo riguardano hanno svelato la fondamentale arretratezza della normativa che lo sovrintende. Tutti i suoi soggetti sono andati in sofferenza ma non tutti alla stessa maniera. Vediamo perché.

Fino al 2001 la disciplina dell’attività fieristica appariva quanto di più corporativo e illiberale potesse essere concepito.

I quartieri espositivi più grandi risultavano semplici propaggini di amministrazioni pubbliche in modo non sempre trasparente. In qualche caso organizzatori di eventi in proprio come quelle storiche manifestazioni generaliste in cui spesso si identificavano, in altri locatori di associazioni o privati specializzati in campi specifici della produzione e del commercio.

Fin qui il meccanismo poteva anche reggere. Il punto era che l’interesse pubblico, che già ammantava i quartieri, voleva coprire tutte le attività, anche quelle a cui iniziavano a dedicarsi soggetti puramente privati.

Ecco allora il capestro del principio autorizzatorio che senza distinguere fra diritto all’effettuabilità e assegnazione di qualifica consegnava nelle mani della pubblica amministrazione e di rimpallo nella discrezionalità dei quartieri le chiavi  di entità economiche di grandissima consistenza.

Facciamo un esempio.

La vecchia legge della Regione Lombardia prevedeva che solo gli enti senza fine di lucro e come tali obbligatoriamente dotati di un revisore della Regione stessa, potevano organizzare le fiere. In sovrappiù disponeva una gerarchia degli eventi suddivisi in internazionali, regionali, provinciali e locali. Premesso che tale rango non poteva essere previsto ab initio n’è motivato da nessun dato tecnico oggettivo, se il povero organizzatore che aveva già inoltrato la sua brava domanda nei termini previsti e avviato la preparazione del proprio lavoro avesse trovato una risposta negativa alla qualifica richiesta il suo evento sarebbe stato semplicemente cassato. Ai voglia dei ricorsi al TAR ecc. Le fiere non aspettano e i danni sono già lì. Questo per la parte normativa. Per quella concorrenziale ancora peggio perché i quartieri “istituzionali” non avevano certo bisogno di guadagnarsi per esempio il crisma di internazionalità. Lo avevano a prescindere.

Con la nuova legge quadro nazionale del 2001, imposta da un primo richiamo dell’Europa, sembra che cambi tutto. Tutti possono organizzare apparentemente in libertà tramite l’applicazione del silenzio-assenso. Ma i “calendari” ufficiali, le qualifiche e ulteriori meccanismi burocratici permangono a fare confusione senza che venga interrotta ogni tipo di concorrenza distorsiva dal momento che la pressochè totalità dei quartieri di privatistico ha solo l’aspetto giuridico.

A evidenza di ciò basti richiamare la Sentenza della Corte di giustizia delle Comunità europee del 15 gennaio 2002 nella causa C439/99 a seguito della quale pochi anni dopo il legislatore italiano si è mosso abrogando la legge stessa.

E’ questo il substrato opaco e fuorviante su cui viaggiano oggi i provvedimenti di proibizione tout-court o i ristori verso le fiere.

Vi è da aggiungere che ad ignoranza si somma ignoranza perché quanto codificato dalla legge del 2001, il cui contenuto ancora oggi sopravvive attraverso le diversi fonti normative di volta in volta adottate dalle regioni, è oggi ampiamente superato.

Oggi il termine fiere non basta più a comprendere un fenomeno estremamente articolato che va dall’appuntamento specializzato con annessa convegnistica al mercatino per tutti o per pubblico selezionato, dal simposio esclusivo all’intrattenimento generalizzato, dalle manifestazioni al chiuso a quelle all’aperto. C’è n’è per tutti i gusti. L’unico riferimento plausibile è dove e con che modalità vengono svolte.

Ecco perché la formula “ le fiere sono chiuse d’autorità” odora di sbrigatività e denota l’incapacità dei nostri amministratori di comprendere a fondo le problematiche economiche del nostro Paese in settori così delicati e trainanti come quelli del terziario in cui la libertà del lavoro è garanzia di crescita per i più piccoli e i meno garantiti. Gira e rigira si ritorna sempre al punto di partenza!

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8.12.2020